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    UNA RICERCA SULLA DEONTOLOGIA PROFESSIONALE: IL PUNTO DI VISTA DEGLI PSICOLOGI
     
    SINTESI DELLA RICERCA
     
    di Luana Marnetto (1997)
    INDICE DELLA PAGINA
    | Premesse teoriche  | Metodologia  | Risultati | Commento |
    Premesse teoriche
    Per affrontare il tema della deontologia professionale si è ritenuto utile riassumere brevemente le principali concezioni dell’etica proposte dai filosofi a partire dal periodo presocratico fino a giungere alla trattazione contemporanea (Abbagnano,1984,1991; Abbagnano,Fornero,1986;Crespi,1991; Giannantoni,1985; Nozick,1987; Rawls,1971; Reale, Antiseri,1983; Savater,1988; Viano,1990).Nel fare ciò si sono prese come punti di riferimento le due concezioni etiche, quella dell’etica del fine e quella dell’etica del movente, nonché la distinzione proposta da Hegel (1821) tra moralità ed eticità. Dall’insieme delle teorie esaminate i capisaldi della società e dell’etica individuale risultano essere i valori morali intesi come segni di riconoscimento e di accettazione della propria e dell’altrui umanità, grazie ai quali è possibile cambiare ed aggiornare i codici mantenendo un preciso paradigma di riferimento etico.
    Per poter parlare della deontologia nella professione dello psicologo si è inoltre reputato necessario chiarire quali siano stati i percorsi che hanno portato alla definizione della psicologia come scienza. Si è perciò cercato di tracciare almeno le linee generali del percorso strutturale e teorico di questa professione e di avere ben presente quali siano le principali teorie su cui essa si è costituita (Brenner,1995;Ellenberger,1970;Frey-Rohn,1984;Hearst,1979;Lazzeroni,1977;Musatti,1977; Thomson,1968;Wertheimer,1979).
    All’interno del percorso seguito è emersa l’esigenza di definire non soltanto i contenuti della pratica psicologica, ma anche dei principi etici di riferimento. Passando perciò a fare una valutazione più approfondita del significato del lavoro psicologico si riconosce l’importanza assunta dal legame tra la deontologia e la pratica professionale e si sottolinea la necessità di tenere in grande considerazione il forte ascendente che il contesto storico-sociale ha sull’azione professionale dello psicologo (Gius,Zamperini,1995). Pare inoltre che sia fondamentale che tale legame sia imprescindibile al fine di limitare i rischi derivanti da una condotta scorretta o superficiale; ma è altrettanto indispensabile che si giunga ad una accurata sistematizzazione della psicologia che garantisca una pratica etica e socialmente riconosciuta. La legittimazione di una professione implica la stesura di un codice deontologico che salvaguardi gli interessi dei professionisti e degli utenti e che preservi i fondamenti della scienza, fornendo indicazioni generali sui comportamenti idonei ad una pratica eticamente corretta e dando un’immagine prototipa dello psicologo etico. La deontologia ha dunque la funzione di ordinare i comportamenti del professionista definendo degli standard di condotta.
    In Italia nel 1989 viene emanato il decreto legge n°56 grazie al quale si giunge alla legittimazione della professione di psicologo e all’istituzione dell’Ordine e dell’Albo professionale. Tra le varie funzioni assolte dall’Ordine c’è quella della stesura di un codice deontologico composto da norme giuridiche che regolino la pratica del professionista ordinandone il comportamento(Calvi,1991; Calvi Lombardo,1989).
    Nel 1994 la Commissione dell’Ordine Nazionale per la deontologia, a cui è stata affidata la redazione del codice, ha iniziato i suoi lavori(Madonna,1996);essa ne ha elaborate dieci bozze prima di giungere a quella votata e non approvata nel referendum del 1996. Il testo, scritto seguendo lo stile sintetico tipico dei codici europei, è composto di 5 sezioni che riguardano nell’ordine: “i principi generali”, in cui si chiarisce la funzione del codice e si definiscono la professione e i doveri dello psicologo; “i rapporti con la committenza” stabilendo le norme che li disciplinano; “i rapporti con la società” chiarendo l’immagine pubblica dello psicologo; mentre le “norme di attuazione” sono contenute nell’ultima sezione(Calvi,1996).
    Quattro sono i principi guida contenuti nella maggior parte dei codici esaminati: la tutela del rapporto fiduciario, il professionista agisce per realizzare l’utile per chi ha davanti; il possesso di competenze acquisite attraverso la formazione specifica e l’aggiornamento costante; la relazione disparitaria tra professionista e paziente, lo psicologo agisce nel rispetto del principio kantiano di usare l’altro solo come fine e dell’imperativo etico di non nuocere; infine l’autonomia professionale che riduce i rischi di interferenze chiarendo ambiti e competenze(Calvi,1995). La Commissione per la deontologia è ancora all’opera; nell’adunanza del 4-5 aprile 1997 il Consiglio Nazionale dell’Ordine ha recepito la nuova bozza del codice che verrà votata tra breve tramite referendum.
    Metodologia
     
     
    L’intento della ricerca è di cercare di individuare i valori costitutivi della deontologia dello psicologo e di capire quanto sia possibile racchiuderli in un codice. Si è quindi voluto vedere quali siano per i professionisti i nodi dell’etica nella pratica psicologica. A tale scopo si è scelto di condurre una ricerca partendo da una prima indagine clinico-sociale condotta attraverso interviste libere con griglie di riferimento, e da una seconda fase di analisi estensiva attraverso l’uso del questionario.
    Nelle interviste fatte nel corso dell’indagine esplorativa (condotte tra febbraio e marzo di quest’anno), si è partiti da temi generali così da lasciare spazio alla libera espressione degli intervistati e da far emergere i significati attribuiti dal campione alla deontologia. Le interviste sono state registrate per mantenere l’obiettività e per evitare interpretazioni soggettive. Al termine dei colloqui sono stati letti agli intervistati sette casi reali invitandoli a dire come si sarebbero comportati in tali situazioni, ottenendo in tal modo un’immagine più pratica dell’etica professionale. I cartelli stimolo sono stati tratti dall’insieme dei casi descritti da Wedding (Corsini, Wedding,1995) e citati dal Trentini(1995) nel parlare di etica, poiché si è pensato che fossero un campione sufficientemente rappresentativo dell’universo di situazioni in cui lo psicologo agisce e dei suoi ambiti d’impiego.
    Il campione è composto da 30 soggetti (15 maschi e 15 femmine), professionisti psicologi che esercitano in ambiti diversi nel pubblico o nel privato, da periodi di tempo variabili (in media 15 anni).La sua struttura è riportata nella tabella 1. Il campione è stato selezionato a partire dall’elenco dei Referenti e Coordinatori della Commissione dell’Ordine degli psicologi del Piemonte, cortesemente fornito dall’Ordine stesso.
    La ricerca è proseguita con un’indagine quantitativa utilizzando come strumento di rilevazione un questionario, somministrato per autocompilazione, contenente una serie di 76 item a Scala Likert a 5 punti di valutazione, preceduta da un elenco di brevi istruzioni. Gli item sono stati costruiti sulla base del testo del codice votato nel referendum del 1996. Il campione (tabella 2) è composto da 110 soggetti (33 maschi,77 femmine) avvicinati casualmente durante alcuni Convegni, incontri e Congressi svoltisi a Torino e Milano tra l’aprile e il giugno 1997.Si sono scelte le occasioni in cui non si è parlato di deontologia per evitare che il campione non fosse sufficientemente rappresentativo.
    Risultati
     
     
    Dalle interviste emerge un’immagine della deontologia piuttosto uniforme; essa è considerata un elemento fondamentale della professione dello psicologo, è “qualcosa in cui credere”; “un modo di essere” che si esemplifica nell’interazione con l’altro e nell’aderenza al contesto in cui si è inseriti. In tal senso la deontologia viene vista come qualcosa di dinamico, che “cambia da situazione a situazione” e questo fa sì che a seconda dei settori di impiego gli stessi problemi possano essere affrontati in modo differente a causa del diverso grado di libertà di cui gode il professionista. Di qui si è evidenziata l’importanza di alcune questioni di ordine etico, riguardanti il segreto professionale, l’obbligo di compilazione delle cartelle cliniche e il passaggio di informazioni sui pazienti.
    L’elemento centrale della deontologia professionale è il rispetto che lo psicologo deve dimostrare sia nei confronti dei pazienti che verso i colleghi, definendo un contratto in cui si chiariscano le richieste e gli obbiettivi dell’intervento oppure limitando gli elementi di giudizio nel rapporto professionale o ancora rinunciando ad esercitare il proprio potere in una relazione disparitaria.
    La maggior parte degli intervistati riconosce pienamente l’utilità del codice deontologico intendendolo come un punto di riferimento necessario per una comunità che si voglia dare delle norme di condotta generali e molti si rammaricano per la sua mancata approvazione. Molto numerosi sono però anche coloro che non lo ritengono utile poiché credono che le fonti del comportamento etico siano la serietà e la trasparenza e che esso non possa supplire alla mancanza dei valori morali in un individuo. La funzione attribuita al codice deontologico è quella di guida, di contenitore che dà confini, di “metro di valutazione” che riduce i rischi di violazioni, è quella di strumento per la tutela reciproca di paziente e psicologo. E' però possibile riconoscere degli aspetti negativi nella codificazione dell’etica, soprattutto se questa non esplora tutti gli aspetti di cui è composta la professione dello psicologo e se viene perciò ritagliata su un solo indirizzo oppure se non è stata “sufficientemente elaborata dal vasto gruppo”, lasciando cioè poco spazio al dibattito su questo tema. Altrettanto negativa è la possibilità che il codice sia usato come un decalogo a cui attenersi o che vi siano degli abusi da parte di chi lo dovrà fare rispettare.
    Lo psicologo che vuole il codice deontologico è pronto al confronto e alla collaborazione, è capace di autocritica e sa mettersi in discussione perché è corretto e non ha nulla da nascondere; conosce i propri limiti e li accetta ma soprattutto sa quali sono le sue competenze specifiche. Questi sembra che siano i fondamenti della deontologia professionale. Per contro a non volere il codice pare sia chi è poco professionale, superficiale; chi non si sente parte di una comunità e non crede di dover rendere conto agli altri del suo operato, ma preferisce restare in una situazione ambigua, priva di regole che limitino la propria libertà. Ma è altresì possibile che sia chi ha dei valori così ben radicati ed un’esperienza tanto lunga da non sentire il bisogno di un riferimento esterno.
    In generale sembra che la maggior parte del campione confidi nell’approvazione di un codice e nella sua applicazione al fine di poter trattare le questioni professionali su un piano etico oltre che metodologico. Viene inoltre sottolineata l’importanza di una formazione continuativa che rivolga particolare attenzione agli aspetti deontologici oltre che all’acquisizione di competenze.
    Le risposte date ai casi proposti pare riconfermino la centralità degli elementi già emersi dalle affermazioni precedenti, quali l’importanza “dell’aver lavorato bene prima col committente, nel contratto che hai fatto” per chiarire il mandato oppure l’utilità di svolgere un lavoro di équipe e di confrontarsi coi colleghi. A tale proposito viene evidenziato il valore assunto dalla supervisione nel processo di crescita globale dello psicologo al fine di dare sostegno e aiuto al professionista. Sembra che sia fondamentale condurre degli interventi che mirino a sensibilizzare e a coinvolgere il paziente, con cui lo psicologo deve condividere le proprie scelte poiché l’utente ha il diritto di essere preavvisato delle decisioni che lo riguardano. Viene inoltre sottolineato come le azioni e le decisioni dello psicologo siano in parte condizionate dal tipo di ambito in cui svolge la propria attività, infatti nel privato vige il primato della salute individuale, mentre nei servizi va anche considerata la pericolosità sociale di un dato comportamento nel rispetto del principio della salute pubblica. Più volte viene posto l’accento sull’importanza della tutela dei minori e sull’obbligo etico, oltre che legale, di rompere il segreto professionale nel caso di maltrattamenti o di situazioni realmente pericolose per essi.
    I risultati della fase estensiva della ricerca vengono presentati sotto forma di tabella, in cui sono indicate le medie dei livelli di accordo espressi dal campione per ciascuno dei 76 item del questionario (tabella3). Nella prima colonna è riportato il numero d’ordine dell’item (che non corrisponde a quello del questionario originale) stabilito in base al livello d’accordo espresso dal totale del campione. La seconda colonna contiene il testo letterale dell’item nella stessa forma in cui è stato presentato nel questionario originale. Nella terza colonna vi sono le medie d’accordo per ogni item espresse dal campione totale. Mentre nelle restanti quattro colonne sono riportate le medie espresse rispettivamente dal subcampione delle femmine (4°colonna),dei maschi (5°colonna), dei professionisti tra i 26 e i 44 anni (6°colonna) e di quelli tra i 45 e i 62 (7°colonna).
    Si riconosce complessivamente un buon grado di accordo del campione con i generici item proposti dal questionario; pare perciò che ci sia una certa tendenza a riconoscere gli stessi principi di riferimento su cui basare una professione deontologicamente corretta. Sembra che ci sia massimo accordo nel riconoscere l’importanza deontologica del vincolo al segreto professionale(1), condividendo solo le informazioni necessarie al tipo di collaborazione(53) o di refertazione(56). Si deve perciò proteggere la segretezza della comunicazione del cliente(26). L’obbligo al mantenimento del segreto professionale pare possa però decadere in presenza di valido o dimostrabile consenso del paziente(70) o nel caso in cui vi sia pericolo per la vita e la salute di terzi(44). E’ ampiamente condiviso il principio del rispetto della dignità e dell’autonomia di coloro che si rivolgono allo psicologo(3); il quale non utilizzerà perciò indebitamente la fiducia dei propri pazienti (2). Il rispetto verso la società e la comunità scientifica vengono dimostrati non rilasciando false dichiarazioni sulla propria formazione(4) e mantenendola sempre ad un livello adeguato(6).
    Sull’insieme dei dati raccolti è stata condotta un’analisi fattoriale con rotazione Varimax, secondo il metodo delle Componenti Principali e la Roote Curve come regola di estrazione. Questa è descritta in Tabella 4, in cui sono riportati solo gli item con saturazione fattoriale di almeno .30.
    Si sono evidenziati 5 Fattori principali, piuttosto chiari e definiti nella loro struttura:
    Fattore1: Rispetto nella relazione professionale: pone l’accento sui principi in base ai quali lo psicologo dimostra di essere deontologicamente corretto in ogni tipo di intervento.
    Fattore2: Contenuti prescrittivi: raggruppa i fondamenti che garantiscono e caratterizzano una pratica psicologica trasparente e corretta.
    Fattore3:Collaborazione: fa riferimento alle modalità di interazione e di scambio seguite dallo psicologo nelle relazioni, considerate parte integrante del lavoro psicologico.
    Fattore4:Responsabilità: connesso al fatto che lo psicologo deve essere professionalmente autonomo.
    Fattore5:Valori: pone l’accento sui principi morali adottati dallo psicologo per realizzare gli aspetti prescrittivi della sua professione.
    Data la forma fattoriale abbastanza chiara che caratterizza l’analisi fattoriale, pare sia possibile costruire una breve scala di approfondimento sul tema, a partire da un piccolo gruppo di item tra quelli con punteggio di saturazione più elevato rispetto a ciascuno dei 5 fattori. Tale scale, da verificare in ulteriori ricerche, potrebbe contenere i seguenti item:
    F1: si deve tutelare il diritto alla non riconoscibilità e all’anonimato dei partecipanti alla ricerca(.60), lo psicologo si astiene dal testimoniare sui fatti di cui viene a conoscenza a ragione del suo rapporto professionale(.60).
    F2: lo psicologo non deve accettare condizioni di lavoro che compromettano la sua autonomia professionale(.63), ha l’obbligo di aiutare gli utenti a sviluppare giudizi, opinioni e scelte con cognizione di causa(.51)
    F3: lo psicologo non deve rilasciare dichiarazioni false o ingannevoli concernenti la propria formazione e la propria competenza(.66), deve uniformare la propria condotta ai principi del decoro e della dignità professionale(.64).
    F4: lo psicologo non deve utilizzare indebitamente la fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza dei clienti/pazienti(.51), il compenso per le prestazioni professionali deve essere pattuito nella fase iniziale del rapporto(.49).
    F5: lo psicologo deve rispettare opinioni e credenze dei suoi clienti/pazienti astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori(.62), nelle sedute di gruppo lo psicologo invita i clienti ad attenersi al segreto sulla composizione del gruppo e su quanto avviene nelle sedute stesse(.62).
    Commento
     
     
    Nel complesso si delinea un quadro abbastanza chiaro ed uniforme di che cosa sia la deontologia professionale e di quale significato essa assuma all’interno di una comunità scientifica. E’ perciò possibile riconoscere alcuni aspetti: si afferma l’indispensabilità di valori morali ben radicati nella coscienza dello psicologo, in assenza dei quali è impossibile, nonché inutile, imporre delle regole di condotta.
    Si sottolinea la questione del segreto professionale e delle condizioni che permettono di romperlo, a cui si legano due diverse implicazioni: da una parte tali condizioni assicurano di quei margini di discrezionalità tipici delle norme di riferimento ma dall’altra si rischia che il professionista superficiale usi il segreto professionale come un diritto più che come un dovere.
    Emerge la centralità della formazione che deve essere attenta a garantire una prestazione professionalmente valida e deontologicamente corretta, fornendo un solido bagaglio di riferimento indispensabile per compiere il primo passo verso l’acquisizione dell’autonomia, intesa come assegnazione di spazi e ruoli in base alle competenze specifiche di ognuno, in modo da evitare sconfinamenti ed intrusioni.
    Lo psicologo deontologicamente corretto deve essere consapevole della delicatezza della propria professione, perciò deve operare nel pieno rispetto dell’altro rendendosi pienamente responsabile delle proprie azioni. Egli agirà in base al principio della trasparenza; questo gli permetterà di essere maggiormente aperto alla collaborazione e al confronto coi colleghi. La possibilità di avere un altro a cui riferirsi sarà dunque vista come fonte di arricchimento reciproco se ciò avviene nel pieno rispetto delle singole competenze.
    Viene riconosciuta l’esigenza di confrontarsi sul tema della deontologia e di creare delle occasioni per discutere di questi argomenti definendoli in maniera maggiormente condivisa. Pare perciò che ci siano i presupposti per una codificazione dei principi della deontologia che, oltre ad una solida base di riferimenti valoriali comuni a tutti, preveda delle linee guida più specifiche permettendo una maggiore diversificazione tra le molteplici aree applicative.
    Luana Marnetto
     
    Luana Marnetto, psicologa, si è formata presso la Scuola di Counseling del Laboratorio di Ricerca e Sviluppo. Svolge attività di counseling a Torino. Ha sviluppato, tra l'altro, una particolare competenza nella Psicologia dell'emergenza e nella Valutazione e bilancio delle competenze.
     
     
     
     
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